#CowoCamp2012 – Tutti invitati al coworking camp del 19 maggio 2012, a Milano. Ecco perché.

E’ la terza volta che organizziamo il coworking camp, e ogni anno il mondo del coworking è diverso, molto diverso.

Nel 2010, il progetto Cowo aveva appena compiuto un anno, ancora ci meravigliavamo che la rete stesse trovando adesioni oltre il nostro ristretto giro di contatti e amici.

Il coworking era cosa ancora poco nota, non solo in Italia ma in tutto il mondo.

Sembrò giusto, quell’anno, intitolare il camp

Di cosa parliamo quando parliamo di coworking?

Fu un momento molto importante per tutti noi, e una bella emozione veder entrare in quello spazio di via Maciachini tante persone da tutta Italia, molte delle quali mai viste né sentite prima.

Tra gli interventi: quello sul coworking e le istituzioni a cura del Cowo/VEGA di Venezia, quello dell’avvocato del Cowo, il primo legale in Italia (forse ancora l’unico) a studiare a fondo la normativa per permettere a tutti noi di operare nella piena legalità e correttezza, quello di Nicola Zago, allora marketing manager di Lago.

Qui li potete vedere tutti.

Chissà se aiutammo a definire “di cosa parliamo quando parliamo di coworking”.

Di certo iniziammo un percorso di confronto aperto e condiviso, con il piacere di vedersi in faccia tra coworker, gestori di spazi Cowo e… chiunque altro.

Un approccio che ha portato anche ad altri tipi di iniziative volte alla conoscenza reciproca, quali ad esempio il Presentation Lunch, piccolo format di “pizza-networking” (!) nato a Milano e in corso di diffusione.

Poi passò un anno importante, l’anno che vide Cowo partecipare al primo congresso europeo del coworking (nel novembre 2010 portammo a Bruxelles le nostre 7 idee sul futuro del coworking), l’anno in cui la nostra rete cominciò un’espansione progressiva in varie città d’Italia.

Il camp del 2011, quindi, si svolse all’insegna del tema

A che punto è il coworking?

Ricordo che la mia personale risposta a questo quesito fu… una presentazione tutta sui coworker, a cui rimandavo per la risposta. Non ho cambiato idea :-)

La partecipazione al camp, l’anno scorso, coinvolse addirittura qualcuno dall’estero – Giacomo fece in modo di organizzare il suo viaggio dalla Norvegia in modo da poterci essere, Miriam lasciò Barcellona apposta per venire a raccontarci del primo coworking Cowo all’estero, da Parigi arrivò Stefano… con la bici della sorella – oltre che un sacco di gente da tutta Italia.

Le presentazioni della giornata furono ben 18.

Ed ora, 2012, siamo al terzo appuntamento.

Il mondo del coworking non è arrivato al mercato di massa, ma ci manca poco.

Alla seconda Coworking Conference, a Berlino, abbiamo parlato davanti a una platea dove gli hacker sedevano a fianco degli immobiliaristi texani, dove i fondatori dei più importanti coworking americani – quelli che hanno aperto la strada a tutti noi come Jacob Sayles di Office Nomads e Alex Hillman di Indy Hall – discutevano di come i business center – Regus in primis – offrissero servizi di coworking, vantandosi di essere stati i primi a farlo.

Del resto, il mondo cambia, perché non dovrebbe cambiare il mondo del coworking?

Certo che il divario tra quei primi giorni del 2008, in cui iniziammo, e lo scenario di oggi, colpisce profondamente chi vive il coworking da vicino.

Nel frattempo, non c’è stato un mese in cui Cowo non sia andato a presentare la propria esperienza in conferenze, barcamp e incontri, l’assessore al lavoro di Milano è venuta a trovarci per conoscerci, la rete continua a trovare nuovi spazi – sempre senza sforzi di tipo “commerciale” da parte nostra (abbiamo sempre pensato che la diffusione della conoscenza e le conversazioni tra le persone fossero la miglior forma di “propaganda”).

Tanto, tantissimo movimento.

Troppo? A volte ce lo chiediamo.

A volte, la sensazione di perdere il senso del progetto ci sfiora, e anche per questo abbiamo voluto concentrarci e scrivere i 10 punti in cui Cowo si riconosce (ritorniamo al “di cosa parliamo quando parliamo di coworking”…), e arrivare così a un Cowo Manifesto: una guida che ci ricorda come ci piace fare le cose.

In questi anni abbiamo anche capito come il camp sia un modo speciale di capire cosa stiamo facendo, tutti insieme.

Perché il coworking – almeno secondo noi di Cowo – non ha alcun senso al di fuori della community che lo anima, delle persone che effettivamente fanno coworking, cosa molta diversa dal vendere coworking e dal parlare di coworking.

Come ho già avuto modo di dire,

il coworking non esiste, esistono solo le persone che lo fanno.

(A proposito di frasi ad effetto, ne ho un’altra: un coworking non è un bar, che rimane un bar anche quando è vuoto. Un coworking vuoto è un ufficio vuoto).

Ma torniamo al camp.

Uno dei punti più discussi nella coworking community – da sempre – è l’aspetto di business.

Che il coworking non sia un business tradizionale è ormai abbastanza assodato, ma è altrettanto assodato che un progetto che non ha una sua dimensione economica non va lontano.

E se Cowo, da questo punto di vista ha un’impostazione chiara – non a caso è arrivato alle dimensioni attuali – è importante che anche i singoli spazi di coworking abbiano una sensibilità economica precisa, orientata nel modo giusto, pronta a cogliere opportunità intelligenti di realizzare profitti.

Il Cowo Manifesto dice:

Nel nostro modello, la relazione viene al primo posto, il profitto al secondo.

Appunto: al secondo, non all’ultimo.

Ci vediamo a Milano il 19 maggio? Qui la pagina del barcamp, qui l’evento su Facebook :-)

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